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GIUSEPPE DESIATO - le opere -

Da Opere Africane vol 1 Rara International 1989
…parla, si agita, sacramenta, diventa sensuale; di quella sensualità che è insieme l'esaltazione del suo sentire la materia e il pigmento e del sentirsi materia. Entra, penetra la sua opera, la penetra di sé, vi agisce, non la domina mai interamente. Sicché le sue opere sono sempre magmatiche, espansive. Dipingere è per lui come una pratica sessuale: la sensualità, appunto, e la sua trascendenza. Ogni sua opera cerca una misura, una forma di controllo, un segno anche grazioso ed essenziale, un ricorso ad un mestiere di vivere, sempre passionale. Nella scelta dei materiali è quasi ispirato da una sorta di mistica: Desiato sente che il supporto è già pittura per metà; c'è una specie di feticismo anomalo che lo ispira, erotismo plebeo ed esorcismo. Tempo fa avevo scritto di lui: "... un po' consapevole e un po' succube di quel potere di fascinazione che hanno i totem della religione e del sesso, del loro feroce antagonismo, Desiato li confonde sempre nel suo lavoro e non sai bene se si addizionino oppure si elidano reciprocamente". Del resto, c'è una forma di erotismo anche nella disperazione. La mistica di Desiato, tuttavia, non ha nulla di sacro: immanente e laica al vissuto delle cose e delle persone, quel che ne trascende per pura ostensione è, secondo Wittgenstein, l'epifania del mistico.
Desiato cerca affannosamente per le vie di Malindi tessuti e panneggi per farne quinte sceniche: altari blasfemi o teatro; cerca gente che dai villaggi vicini vengono in città per il mercato; lo sorprendono le Bui-Bui, ragazze mussulmane vestite di nero e con il volto coperto. Donne quanto mai devote e sensuali al tempo stesso. Eccole, nelle tele di Desiato, sulla strada di un safari, eccole in gruppo a rappresentare "Le Tre Grazie ", a presiedere per annessione magica due pesci: bruno e rosa…
E in mezzo a tutto quel nero, a quei "campi sporchi" dove le cromie sfasciate pulsano e accendono rossi, gialli e blù, ecco le sottili grafie a segnare, scandire figure, a porre un confine al dilagare, un'intelligenza al senso; ecco occhi che scrutano
profondi e assenti, ecco i tratti di un paesaggio ammassato e
ricabile che è costantemente riportato alla condizione umana: uno psicodramma incrociato. I fondali sui quali la pittura si rivela alludono: un fiorito esotico, un maculato, una pelle di serpente...
Una lunghissima tela nera, forse simula una strada: non vi sono eventi né rappresentazioni, eppure quello che vi accade è la pittura medesima, segnali informi di un'azione passata ma
non perduta, quel che resta di un tempo che ha altrove il suo inizio e la sua fine. Un dripping di macchie da investigare con
l' occhio del detective... Desiato è passato di li e ha lasciato le sue tracce.
E ancora un uomo, nero su nero, graffito appena, un nudo di ragazza, forse kikuyu, forse somala, alta e composta in un contesto di terre e natura, qui così vicine e solenni; una giraffa mite, di quelle che ti trovi all'improvviso in mezzo di strada o sui cigli come pali del telegrafo; un bao-bab che occupa tutto il campo centrale di una tela come quello di chi lo guardi da lontano e, quasi fuori dal campo ottico, la teoria dei grovigli ramosi che accendono di un morbido naturalismo il bruno spiaccicato del tronco.
Vedere dipingere Desiato è quasi uno spettacolo: niente di artificioso, ma con un suo sregolato rituale. Dipingere per lui è agire; non so quale forza e di dove in lui prema.
Forse, in un doppio vettore; l'uno muove da zone segrete e profonde, inconsce, medianiche; l'altro muove dall'esterno: Desiato sente che le cose, le persone mandano segnali, hanno una loro energia transitiva. Non c'è orologio o manometro che possa indicare la misura di quei segnali o che ne riveli la disciplina. L'artista agisce tra queste forze, ne è lo sciamano telepatico, consapevole almeno di praticare uno psichismo essoterico. Allo spettatore non può sfuggire il senso rimosso della performance.

Eugenio Miccini