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Da Opere Africane vol 1 Rara International 1989
parla, si agita, sacramenta, diventa sensuale;
di quella sensualità che è insieme l'esaltazione
del suo sentire la materia e il pigmento e del sentirsi
materia. Entra, penetra la sua opera, la penetra di
sé, vi agisce, non la domina mai interamente.
Sicché le sue opere sono sempre magmatiche,
espansive. Dipingere è per lui come una pratica
sessuale: la sensualità, appunto, e la sua
trascendenza. Ogni sua opera cerca una misura, una
forma di controllo, un segno anche grazioso ed essenziale,
un ricorso ad un mestiere di vivere, sempre passionale.
Nella scelta dei materiali è quasi ispirato
da una sorta di mistica: Desiato sente che il supporto
è già pittura per metà; c'è
una specie di feticismo anomalo che lo ispira, erotismo
plebeo ed esorcismo. Tempo fa avevo scritto di lui:
"... un po' consapevole e un po' succube di quel
potere di fascinazione che hanno i totem della religione
e del sesso, del loro feroce antagonismo, Desiato
li confonde sempre nel suo lavoro e non sai bene se
si addizionino oppure si elidano reciprocamente".
Del resto, c'è una forma di erotismo anche
nella disperazione. La mistica di Desiato, tuttavia,
non ha nulla di sacro: immanente e laica al vissuto
delle cose e delle persone, quel che ne trascende
per pura ostensione è, secondo Wittgenstein,
l'epifania del mistico.
Desiato cerca affannosamente per le vie di Malindi
tessuti e panneggi per farne quinte sceniche: altari
blasfemi o teatro; cerca gente che dai villaggi vicini
vengono in città per il mercato; lo sorprendono
le Bui-Bui, ragazze mussulmane vestite di nero e con
il volto coperto. Donne quanto mai devote e sensuali
al tempo stesso. Eccole, nelle tele di Desiato, sulla
strada di un safari, eccole in gruppo a rappresentare
"Le Tre Grazie ", a presiedere per annessione
magica due pesci: bruno e rosa
E in mezzo a tutto quel nero, a quei "campi sporchi"
dove le cromie sfasciate pulsano e accendono rossi,
gialli e blù, ecco le sottili grafie a segnare,
scandire figure, a porre un confine al dilagare, un'intelligenza
al senso; ecco occhi che scrutano
profondi e assenti, ecco i tratti di un paesaggio
ammassato e
ricabile che è costantemente riportato alla
condizione umana: uno psicodramma incrociato. I fondali
sui quali la pittura si rivela alludono: un fiorito
esotico, un maculato, una pelle
di serpente...
Una lunghissima tela nera, forse simula una strada:
non vi sono eventi né rappresentazioni, eppure
quello che vi accade è la pittura medesima,
segnali informi di un'azione passata ma
non perduta, quel che resta di un tempo che ha altrove
il suo inizio e la sua fine. Un dripping di macchie
da investigare con
l' occhio del detective... Desiato è passato
di li e ha lasciato le sue tracce.
E ancora un uomo, nero su nero, graffito appena, un
nudo di ragazza, forse kikuyu, forse somala, alta
e composta in un contesto di terre e natura, qui così
vicine e solenni; una giraffa mite, di quelle che
ti trovi all'improvviso in mezzo di strada o sui cigli
come pali del telegrafo; un bao-bab che occupa tutto
il campo centrale di una tela come quello
di chi lo guardi da lontano e, quasi fuori dal campo
ottico, la teoria dei grovigli ramosi che accendono
di un morbido naturalismo il bruno spiaccicato del
tronco.
Vedere dipingere Desiato è quasi uno spettacolo:
niente di artificioso, ma con un suo sregolato rituale.
Dipingere per lui è agire; non so quale forza
e di dove in lui prema.
Forse, in un doppio vettore; l'uno muove da zone segrete
e profonde, inconsce, medianiche; l'altro muove dall'esterno:
Desiato sente che le cose, le persone mandano segnali,
hanno una loro energia transitiva. Non c'è
orologio o manometro che possa indicare la misura
di quei segnali o che ne riveli la disciplina. L'artista
agisce tra queste forze, ne è lo sciamano telepatico,
consapevole
almeno di praticare uno psichismo essoterico. Allo
spettatore non può sfuggire il senso rimosso
della performance. Eugenio Miccini
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