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GIOVANNI BATTISTA AMBROSINI - scritti
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Lineare-Diagonale
Lineare-Diagonale (Cesare milanese)
Il tema della pittura di Giovanni Battista Ambrosini
nasce, prima di tutto, dalla grande dimensione
dei quadri.
Più che di tele, si dovrebbe parlare
di teleri: campi di impiego per le misure della
vastità. Una vastità che deve
essere vista come una descrizione della natura
dello spazio. Il primo intendimento di Ambrosini
sembra essere quello di far sottostare l'attenzione
agli aspetti e ai concetti della spazialità.
Sicchè la tendenza all'ampliamento della
superficie del quadro sembra essere del tutto
conseguente alla necessità di poter dare
spazio allo spazio: il "corpo" astratto
che questo pittore avrebbe assunto come suo
oggetto di riferimento. E per spazio si intende
esattamente lo spazio di cui è fatto
il mondo, lo spazio che ci circonda: lo spazio
come "corpo" cosmico.
Questo "contenuto", a prima vista del
tutto inaspettato, ad una prima lettura, è
stato messo in evidenza da Ervedo Giordano, il
quale, sul catalogo che accompagna la mostra personale
Lineare-Diagonale, tenutasi nel marzo scorso alla
galleria Miralli di Viterbo, dopo aver constatato
che il discorso di Ambrosini si realizza mediante
l'accostamento di più tonalità di
nero, sviluppa un argomento muovendo da una base
extrapittorica, che però egli riesce a
ricondurre, come conclusione di significato, nell'ambito
della soluzione segnica, introducendo la seguente
constatazione: "Lo spazio (quello dell'universo)
è privo di colore e l'uomo è sicuramente
destinato a perdersi nella sua dimensione senza
fine, se non ricorre alla più semplice
e sicura espressione geometrica che gli è
familiare: la retta". E' una frase che vale
una interpretazione piena della pittura di Ambrosini.
Questa annotazione di Giordano sullo spazio cosmico
come realtà che è priva di colore,
rende naturale, per via scientifica, una lettura
tematica di questo pittore, il quale, invece,
se esaminato sul piano strettamente linguistico-espressivo
sembra riferirsi a tutt'altra cosa. Infatti io
sarei propenso a credere che l'interesse effettivo
dell'artista, per quanto riguarda l'elezione del
nero, privilegiato come colore assoluto, che domina
la serie delle opere esposte alla galleria Miralli
di Viterbo, sia dovuto a motivazioni prettamente
linguistiche, quali il conseguimento della prescrizione
dell'orientamento in senso riduzionistico, che
lo porta ad adottare i colori del non-colore.
Questo orientamento riduzionistico vale anche
per la serie nuova di opere, ancora non esposte,
ma che sono senz'altro ancora più significative;
nelle quali, insieme al non-colore del colore
nero, si impone il non-colore del colore bianco.
Tuttavia va detto che l'indicazione tematica di
Giordano, che "scopre" nello spazio
in quanto spazio l'oggetto reale di riferimento
della pittura di Ambrosini, risulta, considerata
nella sua contestualità, del tutto convincente.
Questa lettura contestuale, posta quasi all'improvviso,
diventa rivelativa di un portato emozionale
inaspettatamente inquietante. E' vero, lo spazio
cosmico come tale, è un luogo senza luce.
Ed è vero che l'uomo osa avventurarsi
in esso perché riesce ad imporsi facendo
ricorso a una sua modalità razionale,
che è soltanto sua propria, l'imposizione
della retta, la "forma" che non esiste
in natura, perché è soltanto un
concetto, perché è soltanto un
modulo mentale. Però la retta che deriva
dalla ragione geometrica (quindi modello scientifico),
in quanto segno espressivo (quindi modello estetico),
è il vettore primario di conduzione e
di riduzione che porta sulla via dell'astrazione.
E la via dell'astrazione è il processo
di inizio e il processo di conclusione della
pittura di Ambrosini.
La linea retta è il morfema con cui questo
pittore costruisce le sue "figure";
ed è estremamente corretta la definizione
di lineare-diagonale come resoconto del suo tipo
di "immagine". Questa vale sia per la
serie del nero con il nero, sia per la serie del
nero con il bianco. Questa seconda serie di opere,
come si è già detto, rende ancora
più evidenti le qualità portanti
di un percorso che è fatto di rigore sempre
attento alla ripartizione dei volumi della spazialità,
in modo che le linee sappiano convergere verso
la maestosità di un disegno di forze messe
in equilibrio, malgrado la forzosità dei
contrasti a cui vengono sottoposte, l'immagine
complessiva di questa pittura è in effetti
quella di una presa di impegno nei confronti di
temi imperativi. Se il principale tema visivo
è quello dello spazio, il principale tema
concettuale è quello della forza.
E' una forza sottoposta a una forma che è
forte di per sè, in quanto sottoposta
ad un linguaggio che intende essere semplice
ed essenziale al maggior grado possibile. Scelta
di una tendenza, che per Ambrosini è
una maniera di mettersi in rapporto con le espressioni
più recenti della pratica della riduzione
quale è prevista dalla linea analitica,
entro la quale naturalmente e culturalmente
la sua pittura si inscrive. Certo è che
il lineare estremamente rigido che costituisce
la caratteristica del suo tipo di costruzione,
può far apparire i suoi quadri come tabulae
di assenza di quell'indispensabile elemento
costituito, il perturbante, che la teoria della
riduzione della linea analitica si attende sempre
come elemento evidente. Ma il perturbante, in
questo caso, se è assente come segno,
si fa presente lo stesso come senso. Esso incombe
lo stesso valendosi della sua stessa assenza;
trattandosi qui di un'assenza di qualcosa che
rinvia all'indicazione dell'essenza del vuoto,
che è il "proprio" dello spazio.
Ma che diventa anche il "proprio"
di questo operare per assenza: ed è la
messa in assenza del soggetto che opera.
Questa pittura che intenderebbe essere un energico
ritorno alla impositività della forma
e che in effetti ha la valenza che le deriva
da un operare compiuto per riga e squadra, si
fa attribuire da sè quale prodotto di
un soggetto assente, del tutto impersonale.
Ma è proprio qui che risiede il dato
più inquietante, dovuto alla tranquillità
apatica e indifferente con cui la rigorosa e
rigoristica esecuzione del disegno si espone,
quale risultato di una capacità di procedere
anche in assenza delle spinte e delle controspinte
dell'emozione. In tutto ciò sembra valere
soltanto la semplicità della messa in
esecuzione di un immaginario che da un lato
ambisce alla facilità e che dall'altro
si avventura nelle zone della grande arditezza
con una indubbia nudità del sapere dell'animo,
sia pur sorretta da un'accortezza stilistica
che è frutto di studio e di cultura.
Ma dal momento che questa pittura non intende
mostrare niente di più che la sua obbligatorietà
stilistica ai doveri della precisione, essa
non vanta mai allusioni a un presupposto non
detto che la completi. Soprattutto non interferisce
interpretativamente sull'oggetto che essa produce;
sa essere personale anche in questo; sa restare
al di qua dei significati che il suo, esposto
" in nudità", comporta.
Ma questa ritenutezza, questa contenutezza nell'impiego
dei mezzi e delle intenzioni, vale come elemento
aggiuntivo di quell'operare impersonale che è
la "scoperta" di Ambrosini come via
del suo ritorno alla forma.
Cesare Milanese
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Le
mille e una notte
Le lunghe notti dell'arte (Sarenco)
Questo di Ambrosini è un libro veramente
strano e particolare. L 'artista viterbese, il
"nuovo etrusco", realizza delle pagine
che hanno una numerazione progressiva nel fondo
nero, numerazione anche e soprattutto ossessiva
che diventa una precisa texture che a sua volta
apre una mònade (una finestra della mònade)
al suo interno, per lasciare spazio alla visione
di un' opera specifica dell' autore oppure di
alcuni schizzi "ad imitazione di" citanti
l'opera di Van Gogh, Cézanne, Renoir, Gauguin,
Monet, Picasso, Modigliani, oppure ancora di alcune
definizioni di natura concettuale relative alla
filosofia dell'arte. Il titolo "le mille
e una notte" ) è spiegato (si fa per
dire) dall'ultima immagine, con il fondo tutto
nero, senza numerazione, la cui finestra dà
su un disegno raffigurante moschea, luna, stelle
e mezzaluna. Un omaggio all' Islam? Un parteggiamento
per Saddam Hussein? L'artista si appaga, è
felice, nel mare nero della calma tropicale, nella
finta rassegnazione ad un "ésprit
de geometrie" che è invece un gorgo
pieno di vita sotterranea, pronto ad esplodere
al primo cenno di attenzione. La continua contraddizione
tra gli angoli acuti della geometria secca e le
morbide curve degli schizzi progettuali, si sviluppa
di pagina in pagina accompagnandoci per mano fino
alla fine, ansiosi come siamo di scoprire chi
è l'assassino. Ma nulla ci verrà
svelato; il rinvio è alla notte poetica,
alla lunga notte dell' arte. In questo libro Ambrosini
va oltre i suoi oggetti neri, aggressivi e taglienti
come scimitarre; va oltre il suo usuale modo di
progettare intersezioni visuali. Esperimenta per
la prima volta un discorso poetico, semina germi
di inquietudine, alleva serpi nel seno, desidera
la donna di altri. Ha il coraggio di rischiare
un' ouverture azzardata, spalanca con decisione
la finestra della mònade leibniziana e
guarda fuori. Si guarda e si vede, vede il suo
operare artistico e le sue pulsioni, la sua voglia
di modificare costantemente dimensioni e situazioni
già raggiunte e definite. Dà un
calcio al mondo programmato, che gli sta stretto,
e opta per la libertà di pensiero, di parola
e di azione. La lunga notte dell' arte è
appena iniziata.
Sarenco
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Una
via secca della pittura
Prefazione del libro RARA INTERNATIONAL 1992
(Eugenio Miccini)
L'opera di Giovanni Battista Ambrosini viene
forse da lontano: nei suoi esiti recenti non pare
presumere, tuttavia, degli antefatti: ce li ha,
ma non li presume, se non per quel processo di
perdita inesorabile di referenti naturalistici,
di riduzione progressiva della mimèsi fino
all'astrazione assoluta, che richiama la vicenda
di Mondrian: dall'albero al neo-plasticismo. A
volere ostinarsi nella ricerca di alcune analogie,
certo potremmo vedere, anche in opere recenti,
nei "segni" di Ambrosini una specie
di amnesia iconica: rami d'albero salienti o radici
calanti, viluppi e intrichi, ridursi di corpi
verso le cime...
Ma è già, questo, un discorso di
morfologia e sintassi che, semmai, trova altrove
altre valenze simboliche, allegoriche, non mimetiche.
Tuttavia, all'interno del suo lavoro degli anni
'80-90 c'è una cesura, non esclusivamente
cronologica. C'è una sorta di indecisione,
che è plastica e sintattica, tra quiete
e dinamica dei piani, o meglio tra "metro"
e "ritmo". Ma di questo parlerò
più avanti. Intanto mi preme collocarlo
in quell'area che per convenzione si dice "astratta"
e che oggi, anzi ora "ritorna" con qualche
antica motivazione assiologica: "Quanto più
terrificante diventa il mondo (com'è appunto
il mondo d'oggi) tanto più l'arte diventa
astratta...", scriveva Kandinsky in un suo
diario del 1915. E Paul Klee: "Così
come appare nel suo aspetto attuale, questo non
è l'unico mondo possibile". Infine,
per Mondrian liberare l'arte dal naturalismo significava
liberare la vita dal tragico.
Ma l'astrazione di Ambrosini non ha le stesse
ragioni oppositive, o almeno non ne ha le fugacità
mistiche o esoteriche. Nella dissoluzione del
pathos l'arte astratta abbandona ogni funzione
predicativa sia del soggetto (autobiografia),
sia dell'oggetto (rappresentazione). Nei suoi
pronunciamenti contro il caos, il sensuale, l'irrazionale,
il magmatico, l'astrazione contemporanea è
laica, rifugge da tentazioni ontologiche, assume
altri tipi di fondazioni, come "produzioni
del proprio oggetto teorico" (Althusser).
La via dell'astrazione percorsa dal nostro secolo
è assai lunga e variamente problematizzata;
ne è sintomo la ricca nomenclatura: plasticismo,
concretismo, dinamismo, simultaneismo, costruttivismo,
geometrismo, eccetera. E pur vero che altre poetiche,
opposte e coeve, vi si affiancavano rendendo acutissimo
il conflitto tra i due schieramenti. "L'arte
contemporanea - scriveva Umberto Eco - ci aveva
abituati a riconoscere due categorie di artisti:
da un lato quelli che vanno alle ricerca di nuove
forme affidandosi a un ideale quasi pitagorico
di armonia matematica, inventando configurazioni
sorrette da rapporti segreti, e per giungere alla
poesia, passano attraverso la geometria, euclidea
o no; dal lato opposto invece gli artisti che
hanno riconosciuto la fecondità del caso
e del disordine, non ignari certamente della rivalutazione
- fatta dalle discipline scientifiche - dei processi
casuali e stocastici e che hanno accettato ogni
suggerimento che provenisse liberamente dalla
materia". In ogni caso, al declinare di un'arte
che si fondava su valori già dati, l'arte
d'oggi si è votata alla ricerca, alla "fondazione
di nuovi valori, anzi di se stessa come valore"
(Argan).
Oggi, anzi ora, gli schieramenti rimangono ma
è fenomeno puramente statistico. Conflitti
e polemiche paiono perfino risibili: tante posizioni
"irriducibili" hanno visto clamorosamente
- nell'arte come nella scienza - convergenze e
conciliazioni teoriche, circoscrivendo le differenze
alle rispettive de-notazioni tecniche o processuali,
alle rispettive finalità. Anche la critica
d'arte, del resto, ha uno statuto pluralistico
o promiscuo: tende da un lato all'analisi, dall'altro
all'ermeneutica; da un lato si situa in un orizzonte
strutturalistico, semiologico; dall'altro pare
conservare o rigenerare miraggi assiologici e
storici.
Ora, parlare dell'opera di un artista come Ambrosini,
significa quindi "metterla in situazione"
- come ho tentato di fare -, interrogarla, muovere
verso certi suoi impronunciabili enigmi, ma anche
conferirle un senso. La natura di questo scritto
e la mia di avventuroso lettore non mi vincolano
al rigore, se mai esista, di un metodo. Faccio
perciò scorribande licenziose, esercitazioni
quasi estemporanee ma non del tutto immotivate.
La geometria, si diceva. L'artista d'oggi, dopo
il caos dell'informale e il rigurgito sotto mentite
spoglie di un espressionismo selvaggio, di un
intimismo crepuscolare e non edificante, sente
forse la necessità di uscire dalla palude,
di istituire una disciplina, un ordine. Avverte
perfino il rischio di una dichiarazione "a
priori" dal momento che il suo sperimentalismo
è decisamente finalizzato. Il suo appellarsi
anche inconsapevole a certi protocolli o postulati
scientifici non è scientifico; è
piuttosto un atteggiamento che "ragiona",
che programma, con mano ben ferma anche se il
cuore dubita. Usa il pensiero logico non per generalizzare
ma per inventare leggi individuali. E una creatività,
la sua, una fantasia sorvegliata a misura, bassamente
o scarsamente emotiva e - se proprio si può
dire - certamente più allusiva o eloquente
di ogni altro predicato "caldo" del
mondo.
Ambrosini è "freddo": non maneggia
la bellezza delle cose, il dramma apparente degli
eventi. Maneggia ciò che "sta sotto",
la sostanza. "I soli predicati possibili
della bellezza - diceva Roland Barthes - sono
la tautologia o il paragone. Essa può solo
affermare se stessa e rinviarsi all'infinità
dei codici. La sua replica è rimandare
il referente all'invisibile. Non resta, allora,
al discorso che asserire la perfezione di ogni
particolare...".
Muoviamo quindi a questa ricognizione. Ambrosini
sente, ma non ne soffre più di tanto, la
"malattia storica" (Nietzsche) del mondo
moderno, cioè quella saturazione della
cultura di cui siamo tutti consapevoli, ma sente
anche l'estrema labilità dei codici, la
loro rapida perdita di senso. Gioca perciò
all'invenzione di nuovi codici. E il nuovo esige
che l'ordine antico subisca un mutamento.
Condannato per sua scelta a muoversi all'interno
di quell'autovalore che è l'arte analitica,
ha deciso di creare configurazioni riduttive nella
forma, nel movimento, nel colore.
Il suo segno-codice per eccellenza, anzi l'unico
che agisce in un campo bianco, è il "fulmine".
Nell'escatologia di Eraclito il "fulmine
è al timone dell'universo", certo
sinonimo del fuoco e del divenire del cosmo. Qui,
l'universo è il campo, cioè - per
citare abusivamente Einstein - la massima rarefazione
dell'energia, laddove il fulmine ne sarebbe la
condensazione (materia). Due forze quindi generano
il movimento per differentiam. Secondo antiche
simbologie, la perfetta felicità era rappresentata
dal fulmine che compisse indisturbato il giro
del mondo. Ambrosini, come Vulcano, maneggia fulmini
neri, O frecce. O, più correttamente, puri
vettori di moto e il moto è indicato in
direzione del decrescere dimensionale delle fasce
verso le punte. Anche in questo caso, come nei
futuristi, la piramide prospettica è rovesciata;
ma i punti di fuga non sono posti nel nostro occhio,
ma distribuiti ai margini estremi dell'opera:
punti finali asserisco, non germinali. Non ho
dubbi in proposito, anche se per avventura si
potrebbe ipotizzare il contrario. Non è
invece opinabile che tutti i vertici si situano
ai confini dell'opera: il bersaglio è fuori
dal quadro. Solamente in un'opera dell'Ambrosini
le punte restano imprigionate e minacciose all'interno.
Segni "poveri", si direbbe. Ma non minimi,
ché non hanno alcuna pretesa di regressione
verso una grammatica elementare, non vogliono
generare una tassonomia di morfemi paradigmatici.
Sono segni dinamici nella duplice accezione di
forza e di movimento. Mondrian aveva schiacciato
il cubo di Braque e Picasso e raddoppiato l'angolo
acuto dei futuristi, imponendo la fissità.
Ambrosini cerca una nuova direzionalità
dinamica: la sue figure, i suoi piani scivolano
tutti sulle diagonali. In altre parole, le porzioni
di spazio sono triangoli acutissimi e scaleni,
privi di appoggi basali.
Sarebbe assai complicato ridurre gli oggetti percepiti
a singole unità, sia pure per comodità
analitica: la teoria della Gestalt ci insegna
che ogni forza agisce in un campo e che quindi
si postulano reciprocamente: le parti son determinate
dalla struttura dell'insieme. Nessuna riduzione
genera smarrimenti dell'insieme, ma è fonte
di maggiori possibilità articolatorie.
La riduzione è perciò una sintesi,
o meglio un'antitesi di identici o di omologhi
orientati all'opposto. In queste congerie o grovigli
calcolati di forme c'è ordine e al tempo
stesso violazione di norme. Il disordine, diceva
l'Arnheim, non è l'assenza di qualsiasi
ordine, ma lo scontro tra ordini irrelazionabili.
Tutto si gioca all'interno di una fondazione che
non prevede elisioni di rapporti, anzi li genera.
La dimensione sintattica è sovrana e non
consente altri arbitri che quelli, infiniti, dell'artista
che inventa le sue varianti. E qui ritorno all'inizio,
alla distinzione cioè tra ritmo e metro.
In che modo Arnbrosini gioca i suoi arbitri combinatori?
Talvolta, più spesso nelle opere dell'80,
aggrega coppie di fulmini o altre porzioni di
piano, oppure figure e campi relativi con una
misura tendenzialmente simmetrica, quasi volesse
alludere a una complementarità strutturale
delle figure dinamiche, vincolate da un argine,
fattesi anzi argine esse stesse. Poi ha intuito
il rischio di imporsi un modello, un "metro",
troppo dogmatico che riduce di molto le possibilità
articolatorie e, forse, il movimento medesimo;
qui sta la cesura. Nelle opere più recenti
riacquista vivacità il modello asimmetrico,
torna la scansione del "ritmo" a sollecitare
più vibranti motilità. Nei tondi
ora allarga i basamenti dei triangoli, quasi a
coprire gran parte della campitura, lasciando
qua e là occhieggiare zone bianche, talvolta
invertendo il rapporto pieno-vuoto, fondo e figura.
Il moto decisamente ansioso - mi scuso del bisticcio
- delle anse vettoriali sfreccianti si calma.
Da torrente si fa fiume reale, meno rapido ma
con maggiore energia trainante. Domina la condensazione
fattasi corpo.
Ma è il momento di accennare ad un'altra
riduzione: quella cromatica. Che crea un'altra
opposizione tra il nero delle materie, delle condensazioni
e il bianco del luogo degli accadimenti segnici,
cioè il campo. Ambrosini anche qui scarta
dalle forme e dai cromatismi minimalisti. Agisce
il nero, un nero povero perfino di simbologie
- e sono tante - in quanto non è usato
come colore zero, cioè come ombra che si
oppone alla luce. Allo stesso modo fa agire il
bianco, che non è qui somma di tutti i
colori possibili. Bianco e nero si postulano reciprocamente
alla stessa maniera delle relazioni morfologiche
che istituiscono. Bianco e nero sono pure epifanie
intellettuali, mentali. Il nero, semmai, è
quello zero cromatico raggiunto nelle ultime declinazioni
concettuali da Ad Reinhardt, che mirava al "nulla"
di Kazimir Malevich, un'altra illusoria escatologia
estetica: l'arte si annienta con l'arte. La tautologia
è infranta: non più un'identità,
ma un'equazione tra un fare e la sua negazione
effettuale, figura retorica della litote che afferma
una cosa (un'azione, che è sempre assertiva)
per negare la contraria. Sappiamo bene che ogni
ultimazione non è e non può essere
drammaticamente vera: dal silenzio di Duchamp
(che trasferisce l'estetica dal ready-made alla
vita) all'ultimo quadro nero di Reinhardt. La
negazione, del resto, è negazione di qualcosa:
del mondo, piuttosto che dell'arte, da esso non
legittimata.
Chissà, poi, se questo mondo, pensato come
perversamente attivo, si dolga amaramente di tante
dimissioni! Ché anzi le farà proprie
collocandole tra i suoi trofei.
Ambrosini è freddo, anzi gelido: azzera
ogni enfasi, ogni sensualità cromatica,
muove corpi ciechi ed eccentrici come se mancasse
loro un destino, li mette in fuga dal centro.
Impassibile e impersonale, in uno spazio cosmico
incolore, lancia i suoi vettori euclidei ancora
agibili nonostante il "tempo" di Einstein
abbia curvato gli spazi. Ambrosini non riceve
segnali dalle sue sonde: tutto è qui e
ora. Nulla è altrove e ulteriore. All'interno
di questi "mandala" sghembi che oppongono
il cerchio al triangolo - simboli del rapporto
della globalità con le forze che la costituiscono
- si svolgono tensioni estreme. Kandinsky ha scritto
che "l'incidenza di un angolo acuto di un
triangolo su un cerchio produce un effetto di
potenza pari a quella di Dio che tocca il dito
di Adamo in Michelangelo". Si dice che alla
nascita di Budda sorgesse un fiore di loto e che
Budda vi salisse per contemplare le dieci direzioni
dello spazio. Ambrosini - che certo somiglia a
Budda piuttosto che a Kandinsky - quale spazio
contempla? Mi sia permessa ancora una metafora:
non è uno spazio astratto, ma è
quello che noi viviamo in questo recinto curvo
della terra. Gli artisti che vi istituiscono "misure"
vogliono sicuramente esorcizzare tutte le perverse
simbiosi che lo popolano. Insomma, Ambrosini non
compie soltanto una rigenerazione delle forme:
la manipolazione dei segni è una lavorazione
del mondo oggettivo. Senza questa coscienza, senza
questo coraggio allegorico la presenza dell'arte
d'oggi - o di sempre? - risulterebbe vana.
Eugenio Miccini
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Una via
secca della pittura (Vittorio Gelmetti)
Da qualche tempo Gianni ha ridotto la sua scelta
cromatica ai minimi termini: bianco e nero.
E' una scelta dura, perentoria che mi fa pensare
a scelte analoghe operate nel campo della musica
da alcuni compositori che, con pari determinazione
hanno deciso di testimoniare la loro presenza
artistica nel modo più inequivoco possibile.
L'esempio più immediato che mi viene in
mente è quello di Henryk Mikolai Gòrecki.
Anche Ambrosini punta su forme semplici, essenziali
e di dimensioni cospicue.
Pur essendo su posizioni diverse, una tale scelta
indubbiamente mi affascina ed emoziona. Così,
quando alcuni mesi orsono parlammo della possibilità
di comporre musica in occasione dell'inaugurazione
della sua attuale mostra l'idea mi piacque: decidemmo,
per ragioni pratiche, di utilizzare un organico
da camera. Poco dopo, Gianni mi propose di utilizzare
un gruppo di giovani esecutori che costituiscono
un complesso di musica antica.
L'idea di impiegare alcune sonorità poco
consuete assieme ad una intonazione poco comune
fu per me piuttosto stimolante. In un momento
in cui la ricerca di nuove sonorità, ottenute
mediante usi straordinari di strumenti ordinari,
ha ormai fatto il suo tempo, l'uso di strumenti
che, per loro natura, producono sonorità
inusuali mi sembrò un'ottima occasione
per il mio lavoro che, da tempo, si basa sull'uso
dell' "ordinario".
Così "Misure 3°" è
per me uno stimolo a procedere nella attuale mia
direzione compositiva, fondata soprattutto sul
recupero di suoni, strutture, stilemi e sintagmi
per troppi lustri dimenticati o negletti dalla
prassi compositiva corrente.
Nello stesso tempo è un omaggio ad un artista
che, grazie a Dio, non segue mode e non si interessa
di essere à la page.Vittorio Gelmetti
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Una via
secca della pittura (Francesco Bartoli)
Osservando le opere di Giovanni Battista Ambrosini
non si può sfuggire, credo, all'impressione
di attraversare una plaga desertica. La fattura,
le tinte e le forme, nonché le stesse dimensioni
delle tele concorrono a prosciugare lo sguardo.
E, come se ci si trovasse sotto un cielo svuotato,
incapace di produrre arcobaleni, un cielo troppo
chiaro ed ora eccessivamente intenebrato, si dissolvono
i suoni dell'esistenza.
Perché? Dove vuole guidarci l'artista mortificando
l'organico e impiegando i segni freddissimi, impassibili
della geometria
Il carattere acromatico delle composizioni, l'uso
radicalmente sottrattivo dei bianchi e dei neri,
tanto matericamente ridotti e smagriti da non
lasciar trapelare e insorgere la pur minima increspatura
sulle superfici, inducono a pensare che egli si
spinga fino ai limiti della percezione cromatica,
forse al suo prima e al suo dopo. Se così
fosse, quel che Ambrosini ha dipinto nel corso
degli anni si presterebbe ad essere interpretato
come coerente (e progressivo) allontanamento dalla
casualità dei fenomeni nel tentativo di
pervenire alle condizioni generative del visibile,
al fondo, per così dire, immanifestato
da cui pure i colori provengono: il battito profondo
del chiaro e dell'oscuro. Certo non per conquistare,
in positivo, qualche porzione di quell'incommensurabile
e pulsante grandezza, quanto, all'opposto, per
lasciarsene avvolgere e poterla percepire nelle
zone di soglia. Per stare, erigendo dei limiti
geometrici, vicino alla "sorgente".
Con evidente vocazione architettonica i segni
delineano una vigorosa trama d'appoggio. Eretti
sull'uniforme candore del fondo, i neri grafismi
assomigliano ad inchiostri disseccati su carte
giganti: catafratti depositi d'una scrittura apatica
che rinvia con petrosa fatica a se stessa: al
compito di dire la forza della propria interrogazione.
Segnica, ma nient'affatto gestuale, questa pittura
mantiene soltanto una lontana parentela con il
modello canonico di tanti artisti del segno, l'ideogramma,
di cui le manca un elemento costitutivo, la rapidità
di risolvere nell'istante il costrutto grafematico
recita l'inflessibile istruzione di un poeta cinese
rammentato da Itten ,chi scrive deve immaginare
le forme concentrandosi; quindi condurre con energia
e decisione il pennello e tracciare il segno con
la più consapevole sicurezza".
E' vero che anche qui, nelle composizioni dell'88
gremite di segni e nella serie seguente delle
riduzioni ("+5/-5"), il dipingere presuppone
un elevato rigore esecutivo, il controllo delle
emozioni perfino l'ammutolimento della soggettività
onde favorire la perfetta esecuzione delle figure;
e analogamente pittura e disegno si alleano per
forgiare un purificato glossario di elementi nucleari.
Ma diverso è il respiro, il grado di velocità.
Al posto del metaforico arciere compare infatti
il detentore di un altro ritmo temporale, il duellante
_ sarei tentato di dire _ che conosce la tecnica
delle attese e degli scarti laterali. Questo perché
funziona una forma del tempo contrapposta all'istante,
quella prolungata della sequenza e dell'intervallo.
Basta osservare i partiti visivi per rendersene
conto. La linea non centra subito il bersaglio.
Si ingrossa e si tende, zigzaga, costituendo non
uno, ma una selva di "fulmini". I motivi
astratti ripartiscono le superfici in stazioni,
talora costituendo delle croci solari o dei graticci
avvitati. Non solo: si irrigidiscono e prosciugano
nel regime del secco. Danno luogo ad una dinamica
contrastata di chiari, procedono irti di punte
e di angoli, obbligando l'occhio ad un accidentato
itinerario di sgomitamenti e spingendolo a salire,
deviare, inerpicarsi. Si capisce allora che la
totalità promessa dall'acromatico è
una conoscenza raggiunta per gradi, una questione
di tagli e di passaggi.
Assetata di rarefazione, affascinata dal miraggio
di un intervallo senza limiti, una simile modalità
del tempo si articola con effetti monumentali
nelle grandi tele. Ma ancor più obbligante
e direi concretamente dimostrativa si manifesta
nelle installazioni tridimensionali, dove, per
ragioni struttive, le facce di un prisma o una
curvatura cilindrica inducono chi guarda a spostarsi
per cogliere una sequenza altrimenti incompiuta.
La stessa cosa ribadiscono poi, insieme al progettato
obelisco con la punta direzionata, le superfici
più piccole, le tavole "minime"
degli elementi, che l'autore ha molto produttivamente
immaginato di esporre come se costituissero una
costellazione, confermando, in questa idea dell'arcipelago
delle "somiglianze", la predilezione
per il paradigma della continuità. Una
fantasia della rifrazione. Di che cosa si tratti,
lo si era già potuto intuire dalle opere
dell'87. Azzerando la luce nelle variazioni del
nero, Ambrosini faceva del vuoto, com'è
stato osservato, "l'essenza dello spazio"
e optava per una astrazione coincidente con l'ascesi,
con lo stato contemplativo del silenzio. In fondo
dipinge per dire quel che sta oltre la pittura.
"Il perturbante" ha osservato Cesare
Milanese "se è assente come segno,
si fa presente lo stesso come senso. Esso incombe
lo stesso valendosi della sua stessa assenza;
trattandosi qui di una assenza di qualcosa che
rinvia all'indicazione dell'essenza del vuoto
che è il "proprio" dello spazio.
Ma che diventa "proprio" di questo operare
per assenza: ed è una messa in assenza
del soggetto che opera". E' un'interpretazione
che non solo convince, ma che generosamente si
produce come dichiarazione di poetica a sostegno
della pittura. D'una Forma e d'una Forza che finalmente
si alleano nell'emozione oltreumana della vastità.
Sta al ritmo confermarla. In tanta ardua spoliazione
pittorica conta proprio quel che il segno induce
a desiderare: la passione della Forma. L'intervallo
senza fine che, insinuandosi nelle pause, rallenta
il tempo e costringe ad ammutolire.
Francesco Bartoli
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Impressioni
per un quadro (Luigi Scoppola)
Nello studio di Canale tre coppie di elementi
triangolari: due rivolte verso l'alto, l'altra
immersa a testa in giù tra le due.
Tre coppie, sei elementi, le punte acuminate,
fulminanti. Ho vissuto tanta tensione.
Poi nell'atelier dell'abbazia.
Una opera recente, grande, fuori della misura
del pittore.
Anche qui triangoli, coppie di triangoli, punte
acuminate. Ma tutta l'opera è attraversata
da una terza dimensione: è come se il fondo
si scomponga su tre piani diversi.
Infatti l'elemento trasversale intermedio, più
profondo rispetto agli altri, definisce parti
di triangoli in rilievo che acquistano spessore
e tridimensionalità a differenza di quelle
parti degli stessi triangoli che restano, in basso
ed in alto, rigidamente bidimensionali o, almeno,
lasciano intravedere di essere affogati in una
profondità (senza limite), immaginata ma
non individuata.
Si intuisce una base, l'elemento inferiore, sulla
quale poggiano pilastri in rilievo che sorreggono
una struttura di vertice. Questa, a sua volta,
sovrasta e governa la base.
Dunque, pilastri che congiungono il vertice con
la base.
Quello, il vertice, è aguzzo, tagliente,
(appuntito) e penetrante, questa, la base, appare
(è) connotata da tratti larghi e corposi
e, direi pure, carnosi.
La parte centrale della scena mostra un movimento
di due coppie che sono contenute all'interno di
un perimetro fondamentalmente quadrato, forte
e capace.
Il centro del quadro, in movimento, dietro i corpi
delle coppie sembra aprirsi ad una profondità
non pensata.
Sostegno di un vertice su una base assicurato
da strutture laterali di contorno che appaiono
solide e fisse. Al centro il vertice si articola
con la base per congiunzioni (e separazioni) che
tendono ad esprimere relazioni di pensiero. Si
percepisce, allora, un movimento che è
consentito da una staticità portante e
che permette al pensiero le prime esplorazioni
delle esperienze affettive.
Il triangolo, come dice lo stesso autore, è
un "cuneo" che si conficca nel cippo
e lo fa esplodere.
Il triangolo è forza e movimento e come
tale produce strappi, sofferenze e cambiamenti.
La triangolazione, che è lavoro di base
per la esecuzione delle sue opere, in quanto elemento
razionale dividente può essere capace di
indurre frantumazioni di schemi obbligati e fissi.
Dal vertice dei triangoli possono scaturire scintille
della mente ed allo stesso tempo la forma irresistibile
del cuneo può scomporre la struttura stessa
che costruisce i triangoli.
Una coazione a ripetere o un cambiamento?
L'uno escluderebbe l'altro o, piuttosto, il cambiamento
può scaturire da una più larga esplorazione
di quella sofferenza che raggiunge ogni speranza
di solitudine e di trasformazione?
Luigi Scoppola
Psicoanalista
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Sensazioni
(Ervedo Giordano)
L'ansia della vita quotidiana non consente di
valutare pienamente la profonda trasformazione
che è avvenuta in questi ultimi anni: la
conquista dello spazio.
L'impronta lasciata sulle polveri lunari rappresenta
l'inizio della più grande avventura dei
prossimi secoli, che capovolge in maniera totale
le dimensioni conosciute finora, per misurare
il percorso dell'uomo entro i confini della terra.
La prospettiva è cambiata, l'uomo continua
a guardare il cielo come punto di riferimento
per i suoi sogni e per la sua immaginazione, ma
ha già dentro di sè la concreta
certezza che in futuro, il suo sguardo si poserà
su altri corpi luminosi e misteriosi che segnano
l'immensità della notte siderale. Il cammino
da compiere è lungo, poiché come
agli albori terreni è necessario inventare
anche il linguaggio che consenta di comunicare
nella vita spaziale.
Si tratta di un problema complesso, poiché
i segnali volano ad una velocità infinitamente
superiore alla capacità di percezione e
di coordinamento della mente umana.
Ne deriva uno sforzo enorme per passare dall'alfabeto
alla grammatica, dal racconto alla poesia, e sul
piano espressivo e figurativo si impone la sintesi
più assoluta ed efficace.
Arnhrosini affronta questo momento innovativo
con il rigore dell'astrattista abituato all'analisi
delle forme e dello spazio per esprimere il lacerante
momento di distacco dalla "cultura conosciuta",
che l'uomo porta in sè, quale patrimonio
delle sue cellule; la nuova cultura lo vedrà
protagonista, ma condizionato dalla presenza delle
macchine che ne consentiranno la sopravvivenza
a distanza di anni luce dalla terra.
Lo spazio è privo di colore e l'uomo è
sicuramente destinato a perdersi nella sua dimensione
senza fine, se non ricorre alla più semplice
e sicura espressione geometrica che gli è
famigliare: la retta.
Il linguaggio di Ambrosini prende quindi corpo
mediante l'accostamento di più tonalità
di nero: delimitate da rette e spezzate. Queste
sono segnate a volte da punti di diverso colore,
testimonianza grafica delle parole e dei messaggi
che percorrono l'etere e che fanno impazzire gli
astronomi, ancora incapaci di tradurre i segnali
che giungono alle antenne più sofisticate
e che rimangono senza risposta.
Ma il distacco totalizzante e liberatorio non
è ancora completo e l'uomo per esprimere
la propria angoscia ed anche la propria speranza
ritorna ai simboli ed ai colori più significativi,
anche se interpretato con gli occhi di chi vede
la luce riflessa e filtrata da lontano.
Si tratta di squarci, di momenti laceranti, di
smarrimenti, di sussurri dove l'ansia della scoperta
si coniuga con la paura del non ritorno, dell'impenetrabilità
e del mistero che sprigiona dall'ignoto.
Ervedo Giordano
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Ouroburos
Ouroburos (Simonetta Lux)
Dal suo osservatorio in frazione di Tobia, Giovanni
Battista Ambrosini vive solo geo graficamente
isolato, ma poi in verità ben informato
coi suoi continui viaggi e in contri con amici
artisti e poeti "visivi", coi quali
ha un sodalizio volante da oltre vent' anni.
Qui si è rifugiato, transfuga dal caos
di una Facoltà di Architettura alla fine
degli anni sessanta, scegliendo un lavoro "ambientale"
cui collabora dall'interno di una Facoltà
Scientifica come Agraria della vicina Viterbo
(rimboschimenti, disegno del continuum naturalistico-scultoreo)
e -sua attività principale -dipingendo,
cuocendo ceramiche dipinte (va spesso in Liguria,
dove frequenta officine dalla lunga storia nell'arte
contemporanea "in ceramica"), realizzando
sculture, libri-oggetto d'artista.
l'attraversamento di tutti i media è un
portato del suo (inserimento nella grande famiglia
artistica di Fluxus, che lo ha sottratto sin dall'inizio
alle seduzioni della decorazione e del design
e alle logiche del formalismo di mercato.
Ma non lo ha allontanato dalla sua vocazione di
pittore nato, che pur nello sbandamento culturale
così diffuso dell'ultimo quindicennio persegue
con una qualità e libertà encomiabili.
Ambrosini è pittore anche quando realizza
quelle sue sculture che sono una specie di monumento
plastico "al segno" e "al gesto",
come "colonne senza fine" sghembe e
apparentemente pericolanti; è pittore quando
traccia i suoi zig-zag e le strisciate di colore
nere e grigie sui grandi tondi di ceramica invetriata;
è pittore quando -come in questa serie
di opere dell'ultimo biennio -ha rinunciato alla
"bella pittura", scegliendo una sua
fredda cifra/segno (ominide o rondine o polipo)
dipanandone con delle regolarità senza
norma gli improbabili movimenti contro la superficie
pittorica; o quando, infine, costruisce in un
numero esorbitante dei paraventi -forse inutilizzabili
-dipinti di rosso o nero, forati dall'ombra/proiettile
di qualcuno di quegli animali esseri di uno stormo
immaginario.
Così Giovanni Ambrosini ha deciso di raccogliere
la fredda memoria di alcuni ingredienti della
"tradizione del moderno" (i colori primari;
il gesto pittorico raggelato il continuum arte-arredo),
con la grazia di chi guarda a ideali amati, chiusi
per sempre, ma insensibilmente rifluiti nella
vita quotidiana più scarna ed automatizzata
che si possa pensare: cioè quella di oggi
Simonetta Lux
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Ouroburos (Lorenzo
Mango)
Superfici come aria, come acqua, come vuoto;
superfici come tele dipinte, monocrome, sfondi
compatti.
Il lavoro di Giovanni Battista Ambrosini parte
da qui, da questa aporia di fondo
fra una dimensione tutta astratta, mentale,
minimale della pittura ed una rivolta,
invece, al palpito vitale, al fremito dei sensi
e al sentimento. E un conflitto che Ambrosini
non tenta di armonizzare in maniera fittizia
ma entro cui "naviga", in quanto artista,
e dentro il quale fa viaggiare noi come spettatori.
La memoria rigorosamente, asceticamente direi,
costruttiva della ricerca portata avanti sino
a qualche tempo fa si sente tutta. È
lì presente nell'intuizione che un quadro,
in quanto superficie risolta in se stessa e
non inganno della rappresentazione, è
anzitutto un campo di forze, al cui disegno
concorrono da un stato il segno, con la sua
incisività di spirito attivo, dall'altro
la superficie, con la sua dedizione di forma
passiva, pronta a reagire allo stimolo del segno.
Questo assunto che dava origine ad una decostruzione
geometrica della forma, spinta fino al silenzio
di un grado zero mai inerte però, sempre
vivo e vitale, lo troviamo presente e centrale
anche oggi che l' immagine di fronte a cui siam
posti, appare profondamente diversa da quei
lavori originari. Ciò che si è
andato trasformando è il segno. Non più
minimale -in senso canonico -in quanto non astratto
nè geometrico. In realtà, a voler
essere precisi, astrazione e minimalismo rappresentano
l'universo di riferimento anche per il segno
che Ambrosini va sperimentando adesso. Ciò
che ne emerge però, al primo impatto
dello sguardo è tutt'altro: un brulichio
fitto, animato, instabile, irrequieto ed organico.
È la geometria ad esser messa da parte
sostituita da una gestualità essenziale
che,
parte dal polso e si trasmette direttamente
alla mano; dando al segno di Ambrosini una dimensione
libera di "scrittura". Il segno scorre
cioè sulla superficie e la
iscrive di un tessuto fitto, modulare, eppure
variato, irriducibile ad un progetto. Il
che non comporta il fatto che si possa parlare
di questo come di un lavoro istintivo, nè
di una pittura gestuale. Siamo di fronte, piuttosto,
al confine dell'aporia con
cui veniva introdotto questo discorso. L' atto
vitale dello scrivere pittura porta racchiuso
in se stesso il motivo costruttivo che lo organizza,
dandogli solidità e consistenza.
Detto in altri termini la dimensione progettuale
del lavoro è divenuta ormai patrimonio
"biologico" dell'artista che la mette
in opera istintivamente. Il gesto che dà
origine al segno, e che attraverso la moltiplicazione
dei segni dà luogo alla organizzazione
complessiva del quadro, porta racchiusi in se
stesso quegli elementi di costruttività
che sono propri della pittura moderna. Ambrosini
non fa la costruzione, è per natura ormai
portato a costruire.
D'altronde anche attorno alla idea di costruzione
ci sarebbe da discutere. Perché
la tradizione modernista, in cui Ambrosini affonda
le sue radici, necessita di una
trasfigurazione sostanziale che la liberi da
certo ascetismo mentale e la renda più
naturale. Il lavoro di Ambrosini appare rivolto
in questa direzione. L'aporia fra vitalità
e costruttività trova un luogo felice
di incontro nella natura. Non che il pittore
la dipinga, ma essa appare lo stesso, prepotentemente
e autonomamente, dai suoi quadri. i quali. quando
meno te lo aspetti. prendono il volo o si inabissano
sott'acqua e i segni si fanno uccelli. pesci.
foglie che stormiscono nell'aria. È una
situazione particolare che mette in evidenza
la ambiguità che sottende l'arte, l'impossibilità
di racchiuderla dentro una prospettiva rappresentativa
quanto dentro una solo mentale.
Sua natura è la metamorfosi, il cambiamento
irrequieto,
intesi in questo processo è l'energia,
la forza vitale del cambiamento di stato, del
divenire. Una energia naturale, spontanea cioè,
mai drammatica. Un'energia che
nasce, ed è questo l'elemento importante
sul piano del linguaggio, proprio da quella
"costruttività istintiva" di
cui s'è parlato. I segni, infatti. vengono
"indirizzati" dentro una struttura
formale che limita e seleziona la superficie.
Dentro quei contorni si addensano o si dilatano,
si aggruppano, si rimpiccioliscono, ribaltano.
Taluni si riempiono di colore, talaltri restano
puro disegno. In tal modo la superficie entra
in vibrazione, si dinamizza, dando luogo perfino
a delle forze di involontaria ascendenza simbolica.
Archetipi che vengono alla luce senza intenzione
ma, probabilmente, solo perché l'energia,
quando scorre libera e va a
plasmare la materia mette in gioco inevitabilmente
le forze primarie del nostro essere; quelle
forze che la costruzione dell'opera ha il compito
di evocare, rendendole per un momento manifeste.
Lorenzo Mango
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