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GIOVANNI BATTISTA AMBROSINI - scritti -

Lineare-Diagonale
Lineare-Diagonale (Cesare milanese)
Il tema della pittura di Giovanni Battista Ambrosini nasce, prima di tutto, dalla grande dimensione dei quadri.
Più che di tele, si dovrebbe parlare di teleri: campi di impiego per le misure della vastità. Una vastità che deve essere vista come una descrizione della natura dello spazio. Il primo intendimento di Ambrosini sembra essere quello di far sottostare l'attenzione agli aspetti e ai concetti della spazialità. Sicchè la tendenza all'ampliamento della superficie del quadro sembra essere del tutto conseguente alla necessità di poter dare spazio allo spazio: il "corpo" astratto che questo pittore avrebbe assunto come suo oggetto di riferimento. E per spazio si intende esattamente lo spazio di cui è fatto il mondo, lo spazio che ci circonda: lo spazio come "corpo" cosmico.
Questo "contenuto", a prima vista del tutto inaspettato, ad una prima lettura, è stato messo in evidenza da Ervedo Giordano, il quale, sul catalogo che accompagna la mostra personale Lineare-Diagonale, tenutasi nel marzo scorso alla galleria Miralli di Viterbo, dopo aver constatato che il discorso di Ambrosini si realizza mediante l'accostamento di più tonalità di nero, sviluppa un argomento muovendo da una base extrapittorica, che però egli riesce a ricondurre, come conclusione di significato, nell'ambito della soluzione segnica, introducendo la seguente constatazione: "Lo spazio (quello dell'universo) è privo di colore e l'uomo è sicuramente destinato a perdersi nella sua dimensione senza fine, se non ricorre alla più semplice e sicura espressione geometrica che gli è familiare: la retta". E' una frase che vale una interpretazione piena della pittura di Ambrosini.
Questa annotazione di Giordano sullo spazio cosmico come realtà che è priva di colore, rende naturale, per via scientifica, una lettura tematica di questo pittore, il quale, invece, se esaminato sul piano strettamente linguistico-espressivo sembra riferirsi a tutt'altra cosa. Infatti io sarei propenso a credere che l'interesse effettivo dell'artista, per quanto riguarda l'elezione del nero, privilegiato come colore assoluto, che domina la serie delle opere esposte alla galleria Miralli di Viterbo, sia dovuto a motivazioni prettamente linguistiche, quali il conseguimento della prescrizione dell'orientamento in senso riduzionistico, che lo porta ad adottare i colori del non-colore. Questo orientamento riduzionistico vale anche per la serie nuova di opere, ancora non esposte, ma che sono senz'altro ancora più significative; nelle quali, insieme al non-colore del colore nero, si impone il non-colore del colore bianco. Tuttavia va detto che l'indicazione tematica di Giordano, che "scopre" nello spazio in quanto spazio l'oggetto reale di riferimento della pittura di Ambrosini, risulta, considerata nella sua contestualità, del tutto convincente.
Questa lettura contestuale, posta quasi all'improvviso, diventa rivelativa di un portato emozionale inaspettatamente inquietante. E' vero, lo spazio cosmico come tale, è un luogo senza luce. Ed è vero che l'uomo osa avventurarsi in esso perché riesce ad imporsi facendo ricorso a una sua modalità razionale, che è soltanto sua propria, l'imposizione della retta, la "forma" che non esiste in natura, perché è soltanto un concetto, perché è soltanto un modulo mentale. Però la retta che deriva dalla ragione geometrica (quindi modello scientifico), in quanto segno espressivo (quindi modello estetico), è il vettore primario di conduzione e di riduzione che porta sulla via dell'astrazione. E la via dell'astrazione è il processo di inizio e il processo di conclusione della pittura di Ambrosini.
La linea retta è il morfema con cui questo pittore costruisce le sue "figure"; ed è estremamente corretta la definizione di lineare-diagonale come resoconto del suo tipo di "immagine". Questa vale sia per la serie del nero con il nero, sia per la serie del nero con il bianco. Questa seconda serie di opere, come si è già detto, rende ancora più evidenti le qualità portanti di un percorso che è fatto di rigore sempre attento alla ripartizione dei volumi della spazialità, in modo che le linee sappiano convergere verso la maestosità di un disegno di forze messe in equilibrio, malgrado la forzosità dei contrasti a cui vengono sottoposte, l'immagine complessiva di questa pittura è in effetti quella di una presa di impegno nei confronti di temi imperativi. Se il principale tema visivo è quello dello spazio, il principale tema concettuale è quello della forza.
E' una forza sottoposta a una forma che è forte di per sè, in quanto sottoposta ad un linguaggio che intende essere semplice ed essenziale al maggior grado possibile. Scelta di una tendenza, che per Ambrosini è una maniera di mettersi in rapporto con le espressioni più recenti della pratica della riduzione quale è prevista dalla linea analitica, entro la quale naturalmente e culturalmente la sua pittura si inscrive. Certo è che il lineare estremamente rigido che costituisce la caratteristica del suo tipo di costruzione, può far apparire i suoi quadri come tabulae di assenza di quell'indispensabile elemento costituito, il perturbante, che la teoria della riduzione della linea analitica si attende sempre come elemento evidente. Ma il perturbante, in questo caso, se è assente come segno, si fa presente lo stesso come senso. Esso incombe lo stesso valendosi della sua stessa assenza; trattandosi qui di un'assenza di qualcosa che rinvia all'indicazione dell'essenza del vuoto, che è il "proprio" dello spazio. Ma che diventa anche il "proprio" di questo operare per assenza: ed è la messa in assenza del soggetto che opera.
Questa pittura che intenderebbe essere un energico ritorno alla impositività della forma e che in effetti ha la valenza che le deriva da un operare compiuto per riga e squadra, si fa attribuire da sè quale prodotto di un soggetto assente, del tutto impersonale. Ma è proprio qui che risiede il dato più inquietante, dovuto alla tranquillità apatica e indifferente con cui la rigorosa e rigoristica esecuzione del disegno si espone, quale risultato di una capacità di procedere anche in assenza delle spinte e delle controspinte dell'emozione. In tutto ciò sembra valere soltanto la semplicità della messa in esecuzione di un immaginario che da un lato ambisce alla facilità e che dall'altro si avventura nelle zone della grande arditezza con una indubbia nudità del sapere dell'animo, sia pur sorretta da un'accortezza stilistica che è frutto di studio e di cultura.
Ma dal momento che questa pittura non intende mostrare niente di più che la sua obbligatorietà stilistica ai doveri della precisione, essa non vanta mai allusioni a un presupposto non detto che la completi. Soprattutto non interferisce interpretativamente sull'oggetto che essa produce; sa essere personale anche in questo; sa restare al di qua dei significati che il suo, esposto " in nudità", comporta.
Ma questa ritenutezza, questa contenutezza nell'impiego dei mezzi e delle intenzioni, vale come elemento aggiuntivo di quell'operare impersonale che è la "scoperta" di Ambrosini come via del suo ritorno alla forma.
Cesare Milanese

Le mille e una notte
Le lunghe notti dell'arte (Sarenco)
Questo di Ambrosini è un libro veramente strano e particolare. L 'artista viterbese, il "nuovo etrusco", realizza delle pagine che hanno una numerazione progressiva nel fondo nero, numerazione anche e soprattutto ossessiva che diventa una precisa texture che a sua volta apre una mònade (una finestra della mònade) al suo interno, per lasciare spazio alla visione di un' opera specifica dell' autore oppure di alcuni schizzi "ad imitazione di" citanti l'opera di Van Gogh, Cézanne, Renoir, Gauguin, Monet, Picasso, Modigliani, oppure ancora di alcune definizioni di natura concettuale relative alla filosofia dell'arte. Il titolo "le mille e una notte" ) è spiegato (si fa per dire) dall'ultima immagine, con il fondo tutto nero, senza numerazione, la cui finestra dà su un disegno raffigurante moschea, luna, stelle e mezzaluna. Un omaggio all' Islam? Un parteggiamento per Saddam Hussein? L'artista si appaga, è felice, nel mare nero della calma tropicale, nella finta rassegnazione ad un "ésprit de geometrie" che è invece un gorgo pieno di vita sotterranea, pronto ad esplodere al primo cenno di attenzione. La continua contraddizione tra gli angoli acuti della geometria secca e le morbide curve degli schizzi progettuali, si sviluppa di pagina in pagina accompagnandoci per mano fino alla fine, ansiosi come siamo di scoprire chi è l'assassino. Ma nulla ci verrà svelato; il rinvio è alla notte poetica, alla lunga notte dell' arte. In questo libro Ambrosini va oltre i suoi oggetti neri, aggressivi e taglienti come scimitarre; va oltre il suo usuale modo di progettare intersezioni visuali. Esperimenta per la prima volta un discorso poetico, semina germi di inquietudine, alleva serpi nel seno, desidera la donna di altri. Ha il coraggio di rischiare un' ouverture azzardata, spalanca con decisione la finestra della mònade leibniziana e guarda fuori. Si guarda e si vede, vede il suo operare artistico e le sue pulsioni, la sua voglia di modificare costantemente dimensioni e situazioni già raggiunte e definite. Dà un calcio al mondo programmato, che gli sta stretto, e opta per la libertà di pensiero, di parola e di azione. La lunga notte dell' arte è appena iniziata.
Sarenco

Una via secca della pittura
Prefazione del libro RARA INTERNATIONAL 1992 (Eugenio Miccini)
L'opera di Giovanni Battista Ambrosini viene forse da lontano: nei suoi esiti recenti non pare presumere, tuttavia, degli antefatti: ce li ha, ma non li presume, se non per quel processo di perdita inesorabile di referenti naturalistici, di riduzione progressiva della mimèsi fino all'astrazione assoluta, che richiama la vicenda di Mondrian: dall'albero al neo-plasticismo. A volere ostinarsi nella ricerca di alcune analogie, certo potremmo vedere, anche in opere recenti, nei "segni" di Ambrosini una specie di amnesia iconica: rami d'albero salienti o radici calanti, viluppi e intrichi, ridursi di corpi verso le cime...
Ma è già, questo, un discorso di morfologia e sintassi che, semmai, trova altrove altre valenze simboliche, allegoriche, non mimetiche.
Tuttavia, all'interno del suo lavoro degli anni '80-90 c'è una cesura, non esclusivamente cronologica. C'è una sorta di indecisione, che è plastica e sintattica, tra quiete e dinamica dei piani, o meglio tra "metro" e "ritmo". Ma di questo parlerò più avanti. Intanto mi preme collocarlo in quell'area che per convenzione si dice "astratta" e che oggi, anzi ora "ritorna" con qualche antica motivazione assiologica: "Quanto più terrificante diventa il mondo (com'è appunto il mondo d'oggi) tanto più l'arte diventa astratta...", scriveva Kandinsky in un suo diario del 1915. E Paul Klee: "Così come appare nel suo aspetto attuale, questo non è l'unico mondo possibile". Infine, per Mondrian liberare l'arte dal naturalismo significava liberare la vita dal tragico.
Ma l'astrazione di Ambrosini non ha le stesse ragioni oppositive, o almeno non ne ha le fugacità mistiche o esoteriche. Nella dissoluzione del pathos l'arte astratta abbandona ogni funzione predicativa sia del soggetto (autobiografia), sia dell'oggetto (rappresentazione). Nei suoi pronunciamenti contro il caos, il sensuale, l'irrazionale, il magmatico, l'astrazione contemporanea è laica, rifugge da tentazioni ontologiche, assume altri tipi di fondazioni, come "produzioni del proprio oggetto teorico" (Althusser). La via dell'astrazione percorsa dal nostro secolo è assai lunga e variamente problematizzata; ne è sintomo la ricca nomenclatura: plasticismo, concretismo, dinamismo, simultaneismo, costruttivismo, geometrismo, eccetera. E pur vero che altre poetiche, opposte e coeve, vi si affiancavano rendendo acutissimo il conflitto tra i due schieramenti. "L'arte contemporanea - scriveva Umberto Eco - ci aveva abituati a riconoscere due categorie di artisti: da un lato quelli che vanno alle ricerca di nuove forme affidandosi a un ideale quasi pitagorico di armonia matematica, inventando configurazioni sorrette da rapporti segreti, e per giungere alla poesia, passano attraverso la geometria, euclidea o no; dal lato opposto invece gli artisti che hanno riconosciuto la fecondità del caso e del disordine, non ignari certamente della rivalutazione
- fatta dalle discipline scientifiche - dei processi casuali e stocastici e che hanno accettato ogni suggerimento che provenisse liberamente dalla materia". In ogni caso, al declinare di un'arte che si fondava su valori già dati, l'arte d'oggi si è votata alla ricerca, alla "fondazione di nuovi valori, anzi di se stessa come valore" (Argan).
Oggi, anzi ora, gli schieramenti rimangono ma è fenomeno puramente statistico. Conflitti e polemiche paiono perfino risibili: tante posizioni "irriducibili" hanno visto clamorosamente - nell'arte come nella scienza - convergenze e conciliazioni teoriche, circoscrivendo le differenze alle rispettive de-notazioni tecniche o processuali, alle rispettive finalità. Anche la critica d'arte, del resto, ha uno statuto pluralistico o promiscuo: tende da un lato all'analisi, dall'altro all'ermeneutica; da un lato si situa in un orizzonte strutturalistico, semiologico; dall'altro pare conservare o rigenerare miraggi assiologici e storici.
Ora, parlare dell'opera di un artista come Ambrosini, significa quindi "metterla in situazione" - come ho tentato di fare -, interrogarla, muovere verso certi suoi impronunciabili enigmi, ma anche conferirle un senso. La natura di questo scritto e la mia di avventuroso lettore non mi vincolano al rigore, se mai esista, di un metodo. Faccio perciò scorribande licenziose, esercitazioni quasi estemporanee ma non del tutto immotivate.
La geometria, si diceva. L'artista d'oggi, dopo il caos dell'informale e il rigurgito sotto mentite spoglie di un espressionismo selvaggio, di un intimismo crepuscolare e non edificante, sente forse la necessità di uscire dalla palude, di istituire una disciplina, un ordine. Avverte perfino il rischio di una dichiarazione "a priori" dal momento che il suo sperimentalismo è decisamente finalizzato. Il suo appellarsi anche inconsapevole a certi protocolli o postulati scientifici non è scientifico; è piuttosto un atteggiamento che "ragiona", che programma, con mano ben ferma anche se il cuore dubita. Usa il pensiero logico non per generalizzare ma per inventare leggi individuali. E una creatività, la sua, una fantasia sorvegliata a misura, bassamente o scarsamente emotiva e - se proprio si può dire - certamente più allusiva o eloquente di ogni altro predicato "caldo" del mondo.
Ambrosini è "freddo": non maneggia la bellezza delle cose, il dramma apparente degli eventi. Maneggia ciò che "sta sotto", la sostanza. "I soli predicati possibili della bellezza - diceva Roland Barthes - sono la tautologia o il paragone. Essa può solo affermare se stessa e rinviarsi all'infinità dei codici. La sua replica è rimandare il referente all'invisibile. Non resta, allora, al discorso che asserire la perfezione di ogni particolare...".
Muoviamo quindi a questa ricognizione. Ambrosini sente, ma non ne soffre più di tanto, la "malattia storica" (Nietzsche) del mondo moderno, cioè quella saturazione della cultura di cui siamo tutti consapevoli, ma sente anche l'estrema labilità dei codici, la loro rapida perdita di senso. Gioca perciò all'invenzione di nuovi codici. E il nuovo esige che l'ordine antico subisca un mutamento.
Condannato per sua scelta a muoversi all'interno di quell'autovalore che è l'arte analitica, ha deciso di creare configurazioni riduttive nella forma, nel movimento, nel colore.
Il suo segno-codice per eccellenza, anzi l'unico che agisce in un campo bianco, è il "fulmine". Nell'escatologia di Eraclito il "fulmine è al timone dell'universo", certo sinonimo del fuoco e del divenire del cosmo. Qui, l'universo è il campo, cioè - per citare abusivamente Einstein - la massima rarefazione dell'energia, laddove il fulmine ne sarebbe la condensazione (materia). Due forze quindi generano il movimento per differentiam. Secondo antiche simbologie, la perfetta felicità era rappresentata dal fulmine che compisse indisturbato il giro del mondo. Ambrosini, come Vulcano, maneggia fulmini neri, O frecce. O, più correttamente, puri vettori di moto e il moto è indicato in direzione del decrescere dimensionale delle fasce verso le punte. Anche in questo caso, come nei futuristi, la piramide prospettica è rovesciata; ma i punti di fuga non sono posti nel nostro occhio, ma distribuiti ai margini estremi dell'opera: punti finali asserisco, non germinali. Non ho dubbi in proposito, anche se per avventura si potrebbe ipotizzare il contrario. Non è invece opinabile che tutti i vertici si situano ai confini dell'opera: il bersaglio è fuori dal quadro. Solamente in un'opera dell'Ambrosini le punte restano imprigionate e minacciose all'interno.
Segni "poveri", si direbbe. Ma non minimi, ché non hanno alcuna pretesa di regressione verso una grammatica elementare, non vogliono generare una tassonomia di morfemi paradigmatici. Sono segni dinamici nella duplice accezione di forza e di movimento. Mondrian aveva schiacciato il cubo di Braque e Picasso e raddoppiato l'angolo acuto dei futuristi, imponendo la fissità. Ambrosini cerca una nuova direzionalità dinamica: la sue figure, i suoi piani scivolano tutti sulle diagonali. In altre parole, le porzioni di spazio sono triangoli acutissimi e scaleni, privi di appoggi basali.
Sarebbe assai complicato ridurre gli oggetti percepiti a singole unità, sia pure per comodità analitica: la teoria della Gestalt ci insegna che ogni forza agisce in un campo e che quindi si postulano reciprocamente: le parti son determinate dalla struttura dell'insieme. Nessuna riduzione genera smarrimenti dell'insieme, ma è fonte di maggiori possibilità articolatorie. La riduzione è perciò una sintesi, o meglio un'antitesi di identici o di omologhi orientati all'opposto. In queste congerie o grovigli calcolati di forme c'è ordine e al tempo stesso violazione di norme. Il disordine, diceva l'Arnheim, non è l'assenza di qualsiasi ordine, ma lo scontro tra ordini irrelazionabili. Tutto si gioca all'interno di una fondazione che non prevede elisioni di rapporti, anzi li genera. La dimensione sintattica è sovrana e non consente altri arbitri che quelli, infiniti, dell'artista che inventa le sue varianti. E qui ritorno all'inizio, alla distinzione cioè tra ritmo e metro. In che modo Arnbrosini gioca i suoi arbitri combinatori? Talvolta, più spesso nelle opere dell'80, aggrega coppie di fulmini o altre porzioni di piano, oppure figure e campi relativi con una misura tendenzialmente simmetrica, quasi volesse alludere a una complementarità strutturale delle figure dinamiche, vincolate da un argine, fattesi anzi argine esse stesse. Poi ha intuito il rischio di imporsi un modello, un "metro", troppo dogmatico che riduce di molto le possibilità articolatorie e, forse, il movimento medesimo; qui sta la cesura. Nelle opere più recenti riacquista vivacità il modello asimmetrico, torna la scansione del "ritmo" a sollecitare più vibranti motilità. Nei tondi ora allarga i basamenti dei triangoli, quasi a coprire gran parte della campitura, lasciando qua e là occhieggiare zone bianche, talvolta invertendo il rapporto pieno-vuoto, fondo e figura.
Il moto decisamente ansioso - mi scuso del bisticcio - delle anse vettoriali sfreccianti si calma. Da torrente si fa fiume reale, meno rapido ma con maggiore energia trainante. Domina la condensazione fattasi corpo.
Ma è il momento di accennare ad un'altra riduzione: quella cromatica. Che crea un'altra opposizione tra il nero delle materie, delle condensazioni e il bianco del luogo degli accadimenti segnici, cioè il campo. Ambrosini anche qui scarta dalle forme e dai cromatismi minimalisti. Agisce il nero, un nero povero perfino di simbologie - e sono tante - in quanto non è usato come colore zero, cioè come ombra che si oppone alla luce. Allo stesso modo fa agire il bianco, che non è qui somma di tutti i colori possibili. Bianco e nero si postulano reciprocamente alla stessa maniera delle relazioni morfologiche che istituiscono. Bianco e nero sono pure epifanie intellettuali, mentali. Il nero, semmai, è quello zero cromatico raggiunto nelle ultime declinazioni concettuali da Ad Reinhardt, che mirava al "nulla" di Kazimir Malevich, un'altra illusoria escatologia estetica: l'arte si annienta con l'arte. La tautologia è infranta: non più un'identità, ma un'equazione tra un fare e la sua negazione effettuale, figura retorica della litote che afferma una cosa (un'azione, che è sempre assertiva) per negare la contraria. Sappiamo bene che ogni ultimazione non è e non può essere drammaticamente vera: dal silenzio di Duchamp (che trasferisce l'estetica dal ready-made alla vita) all'ultimo quadro nero di Reinhardt. La negazione, del resto, è negazione di qualcosa: del mondo, piuttosto che dell'arte, da esso non legittimata.
Chissà, poi, se questo mondo, pensato come perversamente attivo, si dolga amaramente di tante dimissioni! Ché anzi le farà proprie collocandole tra i suoi trofei.
Ambrosini è freddo, anzi gelido: azzera ogni enfasi, ogni sensualità cromatica, muove corpi ciechi ed eccentrici come se mancasse loro un destino, li mette in fuga dal centro. Impassibile e impersonale, in uno spazio cosmico incolore, lancia i suoi vettori euclidei ancora agibili nonostante il "tempo" di Einstein abbia curvato gli spazi. Ambrosini non riceve segnali dalle sue sonde: tutto è qui e ora. Nulla è altrove e ulteriore. All'interno di questi "mandala" sghembi che oppongono il cerchio al triangolo - simboli del rapporto della globalità con le forze che la costituiscono - si svolgono tensioni estreme. Kandinsky ha scritto che "l'incidenza di un angolo acuto di un triangolo su un cerchio produce un effetto di potenza pari a quella di Dio che tocca il dito di Adamo in Michelangelo". Si dice che alla nascita di Budda sorgesse un fiore di loto e che Budda vi salisse per contemplare le dieci direzioni dello spazio. Ambrosini - che certo somiglia a Budda piuttosto che a Kandinsky - quale spazio contempla? Mi sia permessa ancora una metafora: non è uno spazio astratto, ma è quello che noi viviamo in questo recinto curvo della terra. Gli artisti che vi istituiscono "misure" vogliono sicuramente esorcizzare tutte le perverse simbiosi che lo popolano. Insomma, Ambrosini non compie soltanto una rigenerazione delle forme: la manipolazione dei segni è una lavorazione del mondo oggettivo. Senza questa coscienza, senza questo coraggio allegorico la presenza dell'arte d'oggi - o di sempre? - risulterebbe vana.
Eugenio Miccini

Una via secca della pittura (Vittorio Gelmetti)
Da qualche tempo Gianni ha ridotto la sua scelta cromatica ai minimi termini: bianco e nero.
E' una scelta dura, perentoria che mi fa pensare a scelte analoghe operate nel campo della musica da alcuni compositori che, con pari determinazione hanno deciso di testimoniare la loro presenza artistica nel modo più inequivoco possibile.
L'esempio più immediato che mi viene in mente è quello di Henryk Mikolai Gòrecki. Anche Ambrosini punta su forme semplici, essenziali e di dimensioni cospicue.
Pur essendo su posizioni diverse, una tale scelta indubbiamente mi affascina ed emoziona. Così, quando alcuni mesi orsono parlammo della possibilità di comporre musica in occasione dell'inaugurazione della sua attuale mostra l'idea mi piacque: decidemmo, per ragioni pratiche, di utilizzare un organico da camera. Poco dopo, Gianni mi propose di utilizzare un gruppo di giovani esecutori che costituiscono un complesso di musica antica.
L'idea di impiegare alcune sonorità poco consuete assieme ad una intonazione poco comune fu per me piuttosto stimolante. In un momento in cui la ricerca di nuove sonorità, ottenute mediante usi straordinari di strumenti ordinari, ha ormai fatto il suo tempo, l'uso di strumenti che, per loro natura, producono sonorità inusuali mi sembrò un'ottima occasione per il mio lavoro che, da tempo, si basa sull'uso dell' "ordinario".
Così "Misure 3°" è per me uno stimolo a procedere nella attuale mia direzione compositiva, fondata soprattutto sul recupero di suoni, strutture, stilemi e sintagmi per troppi lustri dimenticati o negletti dalla prassi compositiva corrente.
Nello stesso tempo è un omaggio ad un artista che, grazie a Dio, non segue mode e non si interessa di essere à la page.
Vittorio Gelmetti

Una via secca della pittura (Francesco Bartoli)
Osservando le opere di Giovanni Battista Ambrosini non si può sfuggire, credo, all'impressione di attraversare una plaga desertica. La fattura, le tinte e le forme, nonché le stesse dimensioni delle tele concorrono a prosciugare lo sguardo.
E, come se ci si trovasse sotto un cielo svuotato, incapace di produrre arcobaleni, un cielo troppo chiaro ed ora eccessivamente intenebrato, si dissolvono i suoni dell'esistenza.
Perché? Dove vuole guidarci l'artista mortificando l'organico e impiegando i segni freddissimi, impassibili della geometria
Il carattere acromatico delle composizioni, l'uso radicalmente sottrattivo dei bianchi e dei neri, tanto matericamente ridotti e smagriti da non lasciar trapelare e insorgere la pur minima increspatura sulle superfici, inducono a pensare che egli si spinga fino ai limiti della percezione cromatica, forse al suo prima e al suo dopo. Se così fosse, quel che Ambrosini ha dipinto nel corso degli anni si presterebbe ad essere interpretato come coerente (e progressivo) allontanamento dalla casualità dei fenomeni nel tentativo di pervenire alle condizioni generative del visibile, al fondo, per così dire, immanifestato da cui pure i colori provengono: il battito profondo del chiaro e dell'oscuro. Certo non per conquistare, in positivo, qualche porzione di quell'incommensurabile e pulsante grandezza, quanto, all'opposto, per lasciarsene avvolgere e poterla percepire nelle zone di soglia. Per stare, erigendo dei limiti geometrici, vicino alla "sorgente".
Con evidente vocazione architettonica i segni delineano una vigorosa trama d'appoggio. Eretti sull'uniforme candore del fondo, i neri grafismi assomigliano ad inchiostri disseccati su carte giganti: catafratti depositi d'una scrittura apatica che rinvia con petrosa fatica a se stessa: al compito di dire la forza della propria interrogazione. Segnica, ma nient'affatto gestuale, questa pittura mantiene soltanto una lontana parentela con il modello canonico di tanti artisti del segno, l'ideogramma, di cui le manca un elemento costitutivo, la rapidità di risolvere nell'istante il costrutto grafematico recita l'inflessibile istruzione di un poeta cinese rammentato da Itten ,chi scrive deve immaginare le forme concentrandosi; quindi condurre con energia e decisione il pennello e tracciare il segno con la più consapevole sicurezza".
E' vero che anche qui, nelle composizioni dell'88 gremite di segni e nella serie seguente delle riduzioni ("+5/-5"), il dipingere presuppone un elevato rigore esecutivo, il controllo delle emozioni perfino l'ammutolimento della soggettività onde favorire la perfetta esecuzione delle figure; e analogamente pittura e disegno si alleano per forgiare un purificato glossario di elementi nucleari. Ma diverso è il respiro, il grado di velocità. Al posto del metaforico arciere compare infatti il detentore di un altro ritmo temporale, il duellante _ sarei tentato di dire _ che conosce la tecnica delle attese e degli scarti laterali. Questo perché funziona una forma del tempo contrapposta all'istante, quella prolungata della sequenza e dell'intervallo. Basta osservare i partiti visivi per rendersene conto. La linea non centra subito il bersaglio. Si ingrossa e si tende, zigzaga, costituendo non uno, ma una selva di "fulmini". I motivi astratti ripartiscono le superfici in stazioni, talora costituendo delle croci solari o dei graticci avvitati. Non solo: si irrigidiscono e prosciugano nel regime del secco. Danno luogo ad una dinamica contrastata di chiari, procedono irti di punte e di angoli, obbligando l'occhio ad un accidentato itinerario di sgomitamenti e spingendolo a salire, deviare, inerpicarsi. Si capisce allora che la totalità promessa dall'acromatico è una conoscenza raggiunta per gradi, una questione di tagli e di passaggi.
Assetata di rarefazione, affascinata dal miraggio di un intervallo senza limiti, una simile modalità del tempo si articola con effetti monumentali nelle grandi tele. Ma ancor più obbligante e direi concretamente dimostrativa si manifesta nelle installazioni tridimensionali, dove, per ragioni struttive, le facce di un prisma o una curvatura cilindrica inducono chi guarda a spostarsi per cogliere una sequenza altrimenti incompiuta. La stessa cosa ribadiscono poi, insieme al progettato obelisco con la punta direzionata, le superfici più piccole, le tavole "minime" degli elementi, che l'autore ha molto produttivamente immaginato di esporre come se costituissero una costellazione, confermando, in questa idea dell'arcipelago delle "somiglianze", la predilezione per il paradigma della continuità. Una fantasia della rifrazione. Di che cosa si tratti, lo si era già potuto intuire dalle opere dell'87. Azzerando la luce nelle variazioni del nero, Ambrosini faceva del vuoto, com'è stato osservato, "l'essenza dello spazio" e optava per una astrazione coincidente con l'ascesi, con lo stato contemplativo del silenzio. In fondo dipinge per dire quel che sta oltre la pittura. "Il perturbante" ha osservato Cesare Milanese "se è assente come segno, si fa presente lo stesso come senso. Esso incombe lo stesso valendosi della sua stessa assenza; trattandosi qui di una assenza di qualcosa che rinvia all'indicazione dell'essenza del vuoto che è il "proprio" dello spazio. Ma che diventa "proprio" di questo operare per assenza: ed è una messa in assenza del soggetto che opera". E' un'interpretazione che non solo convince, ma che generosamente si produce come dichiarazione di poetica a sostegno della pittura. D'una Forma e d'una Forza che finalmente si alleano nell'emozione oltreumana della vastità.
Sta al ritmo confermarla. In tanta ardua spoliazione pittorica conta proprio quel che il segno induce a desiderare: la passione della Forma. L'intervallo senza fine che, insinuandosi nelle pause, rallenta il tempo e costringe ad ammutolire.
Francesco Bartoli

Impressioni per un quadro (Luigi Scoppola)
Nello studio di Canale tre coppie di elementi triangolari: due rivolte verso l'alto, l'altra immersa a testa in giù tra le due.
Tre coppie, sei elementi, le punte acuminate, fulminanti. Ho vissuto tanta tensione.
Poi nell'atelier dell'abbazia.
Una opera recente, grande, fuori della misura del pittore.
Anche qui triangoli, coppie di triangoli, punte acuminate. Ma tutta l'opera è attraversata da una terza dimensione: è come se il fondo si scomponga su tre piani diversi.
Infatti l'elemento trasversale intermedio, più profondo rispetto agli altri, definisce parti di triangoli in rilievo che acquistano spessore e tridimensionalità a differenza di quelle parti degli stessi triangoli che restano, in basso ed in alto, rigidamente bidimensionali o, almeno, lasciano intravedere di essere affogati in una profondità (senza limite), immaginata ma non individuata.
Si intuisce una base, l'elemento inferiore, sulla quale poggiano pilastri in rilievo che sorreggono una struttura di vertice. Questa, a sua volta, sovrasta e governa la base.
Dunque, pilastri che congiungono il vertice con la base.
Quello, il vertice, è aguzzo, tagliente, (appuntito) e penetrante, questa, la base, appare (è) connotata da tratti larghi e corposi e, direi pure, carnosi.
La parte centrale della scena mostra un movimento di due coppie che sono contenute all'interno di un perimetro fondamentalmente quadrato, forte e capace.
Il centro del quadro, in movimento, dietro i corpi delle coppie sembra aprirsi ad una profondità non pensata.
Sostegno di un vertice su una base assicurato da strutture laterali di contorno che appaiono solide e fisse. Al centro il vertice si articola con la base per congiunzioni (e separazioni) che tendono ad esprimere relazioni di pensiero. Si percepisce, allora, un movimento che è consentito da una staticità portante e che permette al pensiero le prime esplorazioni delle esperienze affettive.
Il triangolo, come dice lo stesso autore, è un "cuneo" che si conficca nel cippo e lo fa esplodere.
Il triangolo è forza e movimento e come tale produce strappi, sofferenze e cambiamenti.
La triangolazione, che è lavoro di base per la esecuzione delle sue opere, in quanto elemento razionale dividente può essere capace di indurre frantumazioni di schemi obbligati e fissi.
Dal vertice dei triangoli possono scaturire scintille della mente ed allo stesso tempo la forma irresistibile del cuneo può scomporre la struttura stessa che costruisce i triangoli.
Una coazione a ripetere o un cambiamento?
L'uno escluderebbe l'altro o, piuttosto, il cambiamento può scaturire da una più larga esplorazione di quella sofferenza che raggiunge ogni speranza di solitudine e di trasformazione?
Luigi Scoppola
Psicoanalista

Sensazioni (Ervedo Giordano)
L'ansia della vita quotidiana non consente di valutare pienamente la profonda trasformazione che è avvenuta in questi ultimi anni: la conquista dello spazio.
L'impronta lasciata sulle polveri lunari rappresenta l'inizio della più grande avventura dei prossimi secoli, che capovolge in maniera totale le dimensioni conosciute finora, per misurare il percorso dell'uomo entro i confini della terra.
La prospettiva è cambiata, l'uomo continua a guardare il cielo come punto di riferimento per i suoi sogni e per la sua immaginazione, ma ha già dentro di sè la concreta certezza che in futuro, il suo sguardo si poserà su altri corpi luminosi e misteriosi che segnano l'immensità della notte siderale. Il cammino da compiere è lungo, poiché come agli albori terreni è necessario inventare anche il linguaggio che consenta di comunicare nella vita spaziale.
Si tratta di un problema complesso, poiché i segnali volano ad una velocità infinitamente superiore alla capacità di percezione e di coordinamento della mente umana.
Ne deriva uno sforzo enorme per passare dall'alfabeto alla grammatica, dal racconto alla poesia, e sul piano espressivo e figurativo si impone la sintesi più assoluta ed efficace.
Arnhrosini affronta questo momento innovativo con il rigore dell'astrattista abituato all'analisi delle forme e dello spazio per esprimere il lacerante momento di distacco dalla "cultura conosciuta", che l'uomo porta in sè, quale patrimonio delle sue cellule; la nuova cultura lo vedrà protagonista, ma condizionato dalla presenza delle macchine che ne consentiranno la sopravvivenza a distanza di anni luce dalla terra.
Lo spazio è privo di colore e l'uomo è sicuramente destinato a perdersi nella sua dimensione senza fine, se non ricorre alla più semplice e sicura espressione geometrica che gli è famigliare: la retta.
Il linguaggio di Ambrosini prende quindi corpo mediante l'accostamento di più tonalità di nero: delimitate da rette e spezzate. Queste sono segnate a volte da punti di diverso colore, testimonianza grafica delle parole e dei messaggi che percorrono l'etere e che fanno impazzire gli astronomi, ancora incapaci di tradurre i segnali che giungono alle antenne più sofisticate e che rimangono senza risposta.
Ma il distacco totalizzante e liberatorio non è ancora completo e l'uomo per esprimere la propria angoscia ed anche la propria speranza ritorna ai simboli ed ai colori più significativi, anche se interpretato con gli occhi di chi vede la luce riflessa e filtrata da lontano.
Si tratta di squarci, di momenti laceranti, di smarrimenti, di sussurri dove l'ansia della scoperta si coniuga con la paura del non ritorno, dell'impenetrabilità e del mistero che sprigiona dall'ignoto.
Ervedo Giordano


Ouroburos
Ouroburos (Simonetta Lux)
Dal suo osservatorio in frazione di Tobia, Giovanni Battista Ambrosini vive solo geo graficamente isolato, ma poi in verità ben informato coi suoi continui viaggi e in contri con amici artisti e poeti "visivi", coi quali ha un sodalizio volante da oltre vent' anni.
Qui si è rifugiato, transfuga dal caos di una Facoltà di Architettura alla fine degli anni sessanta, scegliendo un lavoro "ambientale" cui collabora dall'interno di una Facoltà Scientifica come Agraria della vicina Viterbo (rimboschimenti, disegno del continuum naturalistico-scultoreo) e -sua attività principale -dipingendo, cuocendo ceramiche dipinte (va spesso in Liguria, dove frequenta officine dalla lunga storia nell'arte contemporanea "in ceramica"), realizzando sculture, libri-oggetto d'artista.
l'attraversamento di tutti i media è un portato del suo (inserimento nella grande famiglia artistica di Fluxus, che lo ha sottratto sin dall'inizio alle seduzioni della decorazione e del design e alle logiche del formalismo di mercato.
Ma non lo ha allontanato dalla sua vocazione di pittore nato, che pur nello sbandamento culturale così diffuso dell'ultimo quindicennio persegue con una qualità e libertà encomiabili.
Ambrosini è pittore anche quando realizza quelle sue sculture che sono una specie di monumento plastico "al segno" e "al gesto", come "colonne senza fine" sghembe e apparentemente pericolanti; è pittore quando traccia i suoi zig-zag e le strisciate di colore nere e grigie sui grandi tondi di ceramica invetriata; è pittore quando -come in questa serie di opere dell'ultimo biennio -ha rinunciato alla "bella pittura", scegliendo una sua fredda cifra/segno (ominide o rondine o polipo) dipanandone con delle regolarità senza norma gli improbabili movimenti contro la superficie pittorica; o quando, infine, costruisce in un numero esorbitante dei paraventi -forse inutilizzabili -dipinti di rosso o nero, forati dall'ombra/proiettile di qualcuno di quegli animali esseri di uno stormo immaginario.
Così Giovanni Ambrosini ha deciso di raccogliere la fredda memoria di alcuni ingredienti della "tradizione del moderno" (i colori primari; il gesto pittorico raggelato il continuum arte-arredo), con la grazia di chi guarda a ideali amati, chiusi per sempre, ma insensibilmente rifluiti nella vita quotidiana più scarna ed automatizzata che si possa pensare: cioè quella di oggi
Simonetta Lux

Ouroburos (Lorenzo Mango)
Superfici come aria, come acqua, come vuoto; superfici come tele dipinte, monocrome, sfondi compatti.
Il lavoro di Giovanni Battista Ambrosini parte da qui, da questa aporia di fondo
fra una dimensione tutta astratta, mentale, minimale della pittura ed una rivolta,
invece, al palpito vitale, al fremito dei sensi e al sentimento. E un conflitto che Ambrosini non tenta di armonizzare in maniera fittizia ma entro cui "naviga", in quanto artista, e dentro il quale fa viaggiare noi come spettatori. La memoria rigorosamente, asceticamente direi, costruttiva della ricerca portata avanti sino a qualche tempo fa si sente tutta. È lì presente nell'intuizione che un quadro, in quanto superficie risolta in se stessa e non inganno della rappresentazione, è anzitutto un campo di forze, al cui disegno concorrono da un stato il segno, con la sua incisività di spirito attivo, dall'altro la superficie, con la sua dedizione di forma passiva, pronta a reagire allo stimolo del segno. Questo assunto che dava origine ad una decostruzione geometrica della forma, spinta fino al silenzio di un grado zero mai inerte però, sempre vivo e vitale, lo troviamo presente e centrale anche oggi che l' immagine di fronte a cui siam posti, appare profondamente diversa da quei lavori originari. Ciò che si è andato trasformando è il segno. Non più minimale -in senso canonico -in quanto non astratto nè geometrico. In realtà, a voler essere precisi, astrazione e minimalismo rappresentano l'universo di riferimento anche per il segno che Ambrosini va sperimentando adesso. Ciò che ne emerge però, al primo impatto dello sguardo è tutt'altro: un brulichio fitto, animato, instabile, irrequieto ed organico.
È la geometria ad esser messa da parte sostituita da una gestualità essenziale che, parte dal polso e si trasmette direttamente alla mano; dando al segno di Ambrosini una dimensione libera di "scrittura". Il segno scorre cioè sulla superficie e la iscrive di un tessuto fitto, modulare, eppure variato, irriducibile ad un progetto. Il che non comporta il fatto che si possa parlare di questo come di un lavoro istintivo, nè di una pittura gestuale. Siamo di fronte, piuttosto, al confine dell'aporia con cui veniva introdotto questo discorso. L' atto vitale dello scrivere pittura porta racchiuso in se stesso il motivo costruttivo che lo organizza, dandogli solidità e consistenza.
Detto in altri termini la dimensione progettuale del lavoro è divenuta ormai patrimonio "biologico" dell'artista che la mette in opera istintivamente. Il gesto che dà origine al segno, e che attraverso la moltiplicazione dei segni dà luogo alla organizzazione complessiva del quadro, porta racchiusi in se stesso quegli elementi di costruttività che sono propri della pittura moderna. Ambrosini non fa la costruzione, è per natura ormai portato a costruire.
D'altronde anche attorno alla idea di costruzione ci sarebbe da discutere. Perché
la tradizione modernista, in cui Ambrosini affonda le sue radici, necessita di una
trasfigurazione sostanziale che la liberi da certo ascetismo mentale e la renda più naturale. Il lavoro di Ambrosini appare rivolto in questa direzione. L'aporia fra vitalità e costruttività trova un luogo felice di incontro nella natura. Non che il pittore la dipinga, ma essa appare lo stesso, prepotentemente e autonomamente, dai suoi quadri. i quali. quando meno te lo aspetti. prendono il volo o si inabissano sott'acqua e i segni si fanno uccelli. pesci. foglie che stormiscono nell'aria. È una situazione particolare che mette in evidenza la ambiguità che sottende l'arte, l'impossibilità di racchiuderla dentro una prospettiva rappresentativa quanto dentro una solo mentale.
Sua natura è la metamorfosi, il cambiamento irrequieto, intesi in questo processo è l'energia, la forza vitale del cambiamento di stato, del divenire. Una energia naturale, spontanea cioè, mai drammatica. Un'energia che nasce, ed è questo l'elemento importante sul piano del linguaggio, proprio da quella "costruttività istintiva" di cui s'è parlato. I segni, infatti. vengono "indirizzati" dentro una struttura formale che limita e seleziona la superficie.
Dentro quei contorni si addensano o si dilatano, si aggruppano, si rimpiccioliscono, ribaltano. Taluni si riempiono di colore, talaltri restano puro disegno. In tal modo la superficie entra in vibrazione, si dinamizza, dando luogo perfino a delle forze di involontaria ascendenza simbolica. Archetipi che vengono alla luce senza intenzione ma, probabilmente, solo perché l'energia, quando scorre libera e va a plasmare la materia mette in gioco inevitabilmente le forze primarie del nostro essere; quelle forze che la costruzione dell'opera ha il compito di evocare, rendendole per un momento manifeste.

Lorenzo Mango